Note sulla stanchezza

I. La stanchezza non è uno stato. È un territorio. Un intero paese ci vive senza saperlo.

II. Ci dicono che la stanchezza è personale. Che bisogna «prendersi cura di sé». Meditare. Fare yoga. Bere acqua. Dormire di più.

Nessuno dice: il sistema è progettato per sfinirvi. La stanchezza è il prodotto, non il difetto.

III. Il capitalismo tardivo non vi chiede più di lavorare. Vi chiede di essere disponibili. La differenza è capitale. Il lavoro ha orari. La disponibilità no.

IV. La stanchezza politica è quando si sa esattamente cosa non va, ma non si ha più la forza di formularlo. È quando l’indignazione stessa diventa estenuante. È quando si scrolla tra le nuove catastrofi con la stessa energia con cui si scorrono le promozioni.

V. Rifiutare la stanchezza non è «riposarsi». È rifiutare le condizioni che la producono. Il riposo in un sistema malato non è riposo. È manutenzione. Vi riparano per rimettervi al lavoro.

VI. C’è una stanchezza rivoluzionaria. Quella che dice: non giocherò più. Non per pigrizia — per lucidità. Il rifiuto di continuare non è un abbandono. È un inizio.


Queste note sono scritte alle 3 di notte. L’ironia non sfugge a nessuno.